Procrastinare non è pigrizia: cosa dice la psicologia clinica

“Lo farò domani.” È una delle frasi che ci ripetiamo più spesso, spesso accompagnata da un senso di colpa e dall’etichetta, poco gentile, di “pigrizia”. La psicologia clinica, però, da anni invita a guardare la procrastinazione con occhi diversi: non come un difetto di carattere o una scarsa forza di volontà, ma come una strategia, disfunzionale ma comprensibile, di regolazione delle emozioni.


Quando rimandiamo un compito, spesso non stiamo evitando l’attività in sé, ma le emozioni spiacevoli che quell’attività suscita: l’ansia di non essere all’altezza, la noia, la frustrazione, il timore del giudizio o, paradossalmente, la paura di riuscire troppo bene e dover mantenere quello standard.
Procrastinare offre un sollievo immediato da questo disagio, ed è proprio questo rinforzo a breve termine a rendere l’abitudine così difficile da scardinare, anche quando sappiamo perfettamente che il costo, in termini di stress e scadenze incombenti, sarà più alto in un secondo momento.


Questo spiega perché le strategie basate solo sulla forza di volontà o sull’organizzazione (“fatti una lista”, “dividi il compito in piccoli passi”) funzionano solo in parte: sono utili, ma non affrontano il nodo centrale, che è emotivo prima ancora che pratico. Un approccio più efficace parte dal riconoscere quale emozione si sta cercando di evitare, e dal lavorare su quella, spesso riducendo l’autocritica piuttosto che aumentandola: la ricerca mostra che le persone più severe con se stesse dopo un episodio di procrastinazione tendono a procrastinare di più in futuro, non di meno, intrappolate in un circolo di colpa ed evitamento.


Riconoscere la procrastinazione come una questione di gestione emotiva, invece che di pigrizia, non la rende meno impegnativa da affrontare, ma apre a strategie più efficaci e a uno sguardo su di sé decisamente più comprensivo.

Dr. Matteo Sozzi

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