Terapia familiare: stare nella complessità

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Una della maggiori peculiarità della terapia familiare ad indirizzo sistemico-relazionale è che tra le figure che ne hanno portato lo sviluppo troviamo un nutrito numero di autori che non sono né psicologi né psicoterapeuti. Essa infatti è un diretto prodotto degli incontri avvenuti tra esponenti di discipline diversissime tra loro, avvenuti durante e dopo la seconda guerra mondiale.

Non è un caso che in periodi con eventi catastrofici o imprevedibili le società mettano in dubbio gli sguardi e i punti di vista sino ad allora considerati validi per leggere la realtà, cominciando a porsi problemi e domande diverse.

In tal senso un evento come un conflitto mondiale ha senz’altro un enorme ruolo nel creare nuove domande, essendo un contesto di una complessità e di un’unicità tale da rendere necessario e inevitabile il dialogo tra aree del sapere molto diverse tra loro, anche nel tentativo di rispondere alla domanda che resta infine nella mente collettiva: come è potuto succedere?

Già a partire dagli anni ‘40 sono quindi nate una serie di “fucine di cervelli” che mettevano in comunicazione matematici, fisici, informatici, biologi, filosofi, antropologi e psicologi. A fare da denominatore comune a questi incontri è stata una visione innovativa della scienza stessa: se in precedenza si pensava che il comportamento di un oggetto di studio potesse essere compreso analizzando le caratteristiche delle sue parti, ha successivamente preso sempre più spazio l’idea che tale approccio possa portare a dagli errori, perché non tiene conto del fatto che tutti i componenti di un sistema non sono affatto separati, ma sono in relazione tra loro.

Quando più elementi elementi si trovano a far parte dello stesso sistema, il fatto di essere in relazione fa sì che alcune delle proprietà individuali vengano inibite, mentre si osserva l’emergere di altre proprietà, prima insondabili.

La terapia familiare sistemica parte proprio da quest’ultimo presupposto: quando si ha di fronte un sistema di individui che interagiscono tra loro, come una famiglia, non è possibile comprenderne il funzionamento partendo dai singoli separati gli uni dagli altri: la relazione tra i membri fa sì che il sistema abbia delle sue particolarità, che non sono riconducibili alle caratteristiche di nessuno dei componenti.  Occorre essere consapevoli del fatto che l’interazione dei componenti genera qualcosa di totalmente nuovo: alcuni tratti caratteriali, alcune caratteristiche che i singoli esprimono possono scomparire, mentre ne compaiono altri, del tutto originali.

Come tutti i sistemi anche le famiglie tendono ad uno stato di omeostasi, ovvero di equilibrio; uno stato che viene mantenuto da tutte la parti del sistema, le quali sono legate le une alle altre. Questo significa che ogni movimento di una parte ha inevitabilmente un’influenza su tutte le altre.

Che cosa sono allora i sintomi? Le manifestazione sintomatiche di un membro della famiglia, attacchi di panico, depressione, disturbi alimentari… sono da intendersi solo come un problema individuale o come un problema che appartiene al contesto?

Dott. Francesco Colombo

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