Le nuove “Patologie da Internet”

Come tutte le attività e le pratiche che generano emozioni forti, anche internet e i social media possono produrre forme di dipendenza e di distorsione del contatto con la realtà. Si tratta di aspetti che stanno diventando sempre più chiari nelle loro caratteristiche cliniche e, purtroppo, sempre più diffusi nella popolazione, soprattutto giovanile.

Ma cerchiamo di articolare meglio come si caratterizza questo nuovo “modo di fare esperienza” in cui siamo ormai  irrimediabilmente immersi.

La prima caratteristica del mondo social è quella di essere un ambiente così povero, omologato ed immediato (tutto sembra essere accessibile senza limiti di tempo, intensità e disponibilità) che porta ad una difficoltà a tollerare la distanza ed il differimento della gratificazione.

Siamo ormai abituati ad avere tutto e subito: con un semplice click è possibile accedere virtualmente a qualsiasi informazione e a qualsiasi esperienza. Ecco dunque che emerge l’illusione dell’onnipotenza come tratto distintivo dei fruitori del mondo generato dai social media. Proprio come i bambini, nell’ambiente virtuale abbiamo l’illusoria impressione di avere il mondo intero a disposizione e a portata di mano. E, come i bambini, facciamo sempre più fatica a “reggere” la frustrazione (quando non riusciamo ad ottenere subito quello che vogliamo), la perdita (quando ciò che avevamo ci è stato sottratto) e l’ansia (quando il controllo della situazione e i suoi esiti non sono più in nostro potere).

L’antidoto naturale all’ansia – ci insegna la psicologia clinica – è l’esercizio del controllo. Ed infatti questo aspetto, nelle sue estremizzazioni che spesso rasentano la patologia, è un elemento connaturato al mondo social. Sorgono come funghi applicazioni di vario tipo che permettono di controllare tutti gli aspetti della vita delle persone che ci stanno a cuore: spostamenti, accessi, preferenze, idiosincrasie. Qualsiasi aspetto della vita di ciascuno è tracciabile e, in nome del “non ho nulla da nascondere”, ciascuno di noi diventa potenzialmente la vittima di un controllo ossessivo, o – sul versante opposto – uno stalker seriale.

L’esito di questo incrocio tra esposizione senza ritegno, spacciato per libertà assoluta, e controllo ai limiti della paranoia è in realtà una perdita della libertà: siamo sempre rintracciabili o nella condizione di dover giustificare la nostra irrintracciabilità. Nessuno è più libero di muoversi in autonomia e neppure di improvvisare, uscire dagli schemi, darsi i propri tempi e spazi a prescindere dalle richieste o dalle aspettative altrui. Nessuno è più nella possibilità di sorprendere persino se stesso.

Questo accesso illimitato dello sguardo altrui alla propria vita, e viceversa, (che viene proposto come sensato e legittimo) porta con sé altri effetti emotivi nella costruzione degli utenti del mondo social: la tendenza all’esibizionismo e la complementare angoscia dell’anonimato, che vanno tra loro a braccetto. Nel mondo virtuale essere coincide con essere visibili, di conseguenza ciò che moltiplica la visibilità è di per se virtuoso, a prescindere dal suo contenuto. Se per ottenere più click o più like è richiesto che mostri le mie nudità, che bullizzi il mio vicino di banco, o che rischi la vita cercando il selfie perfetto, poco importa. In nome dell’essere visibili è legittimo questo ed altro.

L’effetto inevitabile di tutti questi potenti processi, che colpiscono soprattutto le persone più fragili, sta nella dipendenza dal mondo social, già codificato nella diagnostica psicopatologica come Internet Addiction Disorder. Nella misura in cui non riusciamo più a vivere nel mondo reale, così complesso, multiforme, sfaccettato, contraddittorio, a tratti difficile e faticoso, ci rifugiamo nel mondo dei balocchi di internet: soddisfiamo così su un piano virtuale quel che non riusciamo ad ottenere sul piano della realtà. Il mondo reale, in un processo di completo ribaltamento tra vita e immaginazione, diventa l’ostacolo a quell’onnipotenza illusoria promessa da internet.

Enrico Bassani

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