Si può parlare di indipendenza affettiva?

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Chi capita tra le pagine di questo sito e ha una certa familiarità con le riflessioni che riguardano la psiche si sarà senz’altro reso conto che in psicologia e psichiatria, come in medicina, esistono delle tematiche che tornano più spesso di altre, che si sentono nominare molto frequentemente anche in contesti non dedicati alla salute psicologica. Questa tendenza ha in parte a che vedere con aspetti di rilevanza strettamente scientifica: si parlerà senz’altro di più di un disturbo che è stato diagnosticato a più persone, o di una problematica che sembra in rapido aumento. Ci sono tuttavia cause che hanno più a che vedere con aspetti legati al contesto culturale in cui ci si muove, argomenti che sono sempre più sulla bocca di tutti per quell’effetto domino che si genera quando un tema diventa, a tutti gli effetti, un trend.

Se guardiamo alle pagine di divulgazione in ambito psicologico, professionali e non, non è difficile notare una preferenza per alcuni argomenti: consigli sul self empowerment, i rischi dell’intessere relazioni con personalità “narcisistiche”, consigli su come riconoscere ed evitare le suddette personalità, temi relativi alle dipendenze affettive, come evitarle, come uscirne. Proprio quest’ultimo argomento è forse utile per sottolineare un punto di osservazione comune che può costituire una possibile (per quanto parziale) spiegazione del successo di tali contenuti. 

Siamo abituati a utilizzare il termine “dipendenza” parlando si sostanze, o di patologie come la ludopatia, ma la dipendenza affettiva è qualcosa che tuttavia sembra colpirci più, per così dire, “sul personale”.  Viene da chiedersi se quello che ci turba di questo argomento sia proprio l’idea di essere dipendenti, non da una sostanza, ovvero da qualcosa che non ha a sua volta un’individualità, ma dalle altre persone, dagli altri individui. Forse quest’ultimo dettaglio stride con uno degli aspetti più seduttivi e irrinunciabili dell’apparire contemporaneo: l’essere indipendenti dagli altri, il bastare a sé stessi, l’essere autosufficienti al punto da rendere la presenza altrui qualcosa di opzionale, che possiamo gestire ed eventualmente eliminare nella misura in cui comporta una fatica.

Quest’ultima prospettiva è contrapposta ad un’altra che mette invece in primo piano il fatto che non esiste un essere umano senza interazione con l’ambiente, e quindi senza interazione con i suoi simili. Pietro Barbetta ricorda come sin dal nostro concepimento viviamo una relazione di stretta interdipendenza. Venendo al mondo, crescendo e diventando adulti, man mano ci autonomizziamo, eppure, spiega Barbetta, tale autonomia non è mai assoluta, e questo vale per ogni essere vivente. Gli esseri viventi, in quanto tali, sono sempre in un rapporto di dipendenza reciproca dal contesto in cui vivono; perfino la costruzione della nostra identità dipende dall’interazione e dalla differenziazione  dall’altro, senza il quale non avremmo punti di riferimento.

Questa riflessione non vuole chiaramente portare a sottovalutare tutte quelle dimensioni in cui la relazione con l’altro e la dipendenza da quest’ultimo si configura in vere e proprie psicopatologie, o quelle situazioni in cui, pur in assenza di una franca diagnosi, è necessario l’aiuto di una psicoterapia. Ciò su cui si invita a riflettere è il tenere a mente come sia importante non confondere queste ultime situazioni, in cui si necessita di supporto per poter vivere le proprie relazioni in maniera serena, dalle fisiologiche sofferenze che si accompagnano all’inevitabile incontro con l’altro. 

Dott. Francesco Colombo

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